La gratitudine come pratica quotidiana, anche quando la bellezza non si sente
Ci sono giorni in cui la bellezza è ovunque, eppure non riesci a sentirla. È proprio in quei momenti che la gratitudine quotidiana diventa una pratica diversa da come ce l’hanno raccontata.
Il mare è lì, aperto, luminoso, indifferente alle tue ombre. La luce fa il suo mestiere, le persone sorridono, qualcuno ti dice una parola gentile, e tu no, tu sei da un’altra parte.
Mi è successo a Sanremo.
Ero circondato da tutto ciò che, sulla carta, dovrebbe generare gratitudine: il mare d’inverno, l’aria salmastra, gli incontri, le presentazioni, l’affetto sincero di chi ascolta. Eppure dentro sentivo una specie di opacità, come se qualcosa in me non riuscisse ad accordarsi con ciò che stava accadendo fuori.
Camminavo sul lungomare e pensavo: dovrei sentirmi grato, e già quel “dovrei” iniziava a pesare.
La bellezza, quando non riesci a sentirla, può diventare quasi una colpa: ti guardi intorno e pensi che stai sbagliando qualcosa, che non sei abbastanza aperto, abbastanza presente, abbastanza spirituale. Come se praticare la gratitudine fosse un interruttore da accendere a comando.
A un certo punto mi sono fermato, non per meditare, non per riflettere meglio, ma per stanchezza.
Ho smesso di chiedere a quel momento di essere diverso, ho smesso di chiedere a me stesso di sentire qualcosa che non arrivava, e lì, in quello spazio un po’ spoglio, ho capito una cosa semplice: praticare la gratitudine nei momenti difficili non significa sentirsi meglio, significa smettere di farsi violenza. La gratitudine non è sempre entusiasmo, a volte è solo non combattere.
Non ringraziavo il mare, non ringraziavo la bellezza, non ringraziavo nemmeno la giornata: ringraziavo il fatto di esserci, così come ero, opaco compreso. Ringraziavo il non dover fingere una luce che quel giorno non avevo.
Ed è stato sufficiente.
La gratitudine, nei giorni storti, non è dire “va tutto bene”, è dire: va così, e non scappo.
Da quel momento la bellezza non è esplosa, non ha fatto ingresso trionfale. È rimasta lì, discreta, come qualcuno che aspetta senza bussare. E solo più tardi, forse, ho sentito una quiete sottile, non la gioia, ma qualcosa di più onesto: una pace temporanea con ciò che c’era.
Una pratica semplice di gratitudine nei giorni difficili
Se vuoi provare una pratica semplice, quando non senti nulla, è questa:
- Ringrazia per qualcosa che non avresti scelto, non perché ti piaccia, ma perché ti sta insegnando a restare.
Questa è una forma di gratitudine spirituale e concreta, accessibile anche quando la bellezza non si sente e tutto sembra opaco.
A volte la gratitudine non illumina la giornata, la rende soltanto abitabile, e nei giorni storti è già moltissimo.

Chi scrive: Madhumaya, scrittore e viaggiatore dell’anima.
In questo spazio condivido pratiche semplici per coltivare: presenza, bellezza e trasformazione.

