La musica, le parole e quel vizio di tornare a casa
C’è stato un momento, ieri sera, al Casinò di Sanremo, durante l’omaggio a Lelio Luttazzi, guidato dal Maestro Freddy Colt, in cui ho smesso di ascoltare con le orecchie. È una sensazione strana: a un certo punto i suoni smettono di rimbalzarti contro e iniziano ad attraversarti.
Non saprei dire con precisione quando è successo. Forse su una nota rimasta appesa troppo a lungo, o in quel silenzio tra un brano e l’altro che sembrava pesare più della musica stessa. So solo che, per qualche istante, ho smesso di cercare di “capire” il concerto. Ho smesso di analizzare la tecnica o la scaletta.
Ero lì e basta. E in quel momento ho provato qualcosa di familiare, come quando ritrovi la strada di casa dopo un viaggio troppo lungo in un posto che non ti somigliava affatto.
La musica non accompagna, interrompe
Spesso trattiamo la musica come un arredamento sonoro. La mettiamo in sottofondo mentre cuciniamo, mentre rispondiamo alle mail, per riempire il vuoto. Ma la musica “vera”, quella che nasce da un’urgenza, non accetta di stare in un angolo.
La musica autentica interrompe. Ti scuote per le spalle e ti costringe a guardare in una direzione che stavi evitando. È come se ti dicesse: “Fermati un attimo, guarda che sei ancora qui”. In quell’istante non c’è più il rumore del mondo fuori, ci sei solo tu che ti riprendi i tuoi spazi.
La bellezza non è un accessorio
Ho sempre creduto che il “lavoro su di sé” fosse una faccenda di sottrazione: fare silenzio, meditare, scavare nel vuoto. Cose serie, insomma.
Ieri sera però mi sono ricordato che il cammino non è fatto solo di quello che togliamo, ma anche di quello che lasciamo entrare. Incontrare un’armonia che ti toglie il fiato o una frase che sembra scritta apposta per il tuo disordine interiore non è una distrazione dal percorso. È il percorso.
Diciamo spesso che “la bellezza salverà il mondo”, come disse Fëdor Dostoevskij, forse anche per darci un tono. Ma ieri sera, per la prima volta dopo tanto tempo, non l’ho pensata come una citazione colta. L’ho sentita addosso. Non era un’idea, era un’esperienza fisica.
Un piccolo promemoria, per me e per voi
Se c’è una cosa che mi porto a casa da una serata così, è l’urgenza di non accontentarsi del “sottofondo”.
- Ascoltiamo di più, ma senza fare altro nel frattempo.
- Leggiamo, ma lasciamo che le parole ci spettinino un po’.
- Guardiamo un quadro e accettiamo il fatto di non averci capito nulla, sentendo però che ci ha spostato qualcosa dentro.
Non serve farlo per diventare persone migliori o più colte. Serve solo a ricordarsi di essere vivi.

Chi scrive: Madhumaya, scrittore e viaggiatore dell’anima.
In questo spazio condivido pratiche semplici per coltivare: presenza, bellezza e trasformazione.
Copyright image: Roberto Pecchinino

