Quello che non è inferno
Ogni tanto mi accorgo di aver risposto male a qualcuno che non c’entrava niente con il mio malumore. Magari avevo dormito poco, qualcosa era andato storto, oppure avevo passato troppo tempo a leggere notizie e commenti che avrei fatto meglio a lasciar perdere. Sul momento mi sembrava di avere le mie ragioni. Ripensandoci, avevo soltanto scaricato un po’ della mia fatica sulla giornata di un altro.
Mi tornano in mente queste piccole miserie quando rileggo il passaggio sull’inferno dei viventi di Calvino, nel finale delle Città invisibili:
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»
— Italo Calvino, Le città invisibili
La parte che mi mette più a disagio è quel «che formiamo stando insieme». Dentro ci sono anch’io. Preferirei leggere queste parole pensando alla cattiveria degli altri, a chi urla, a chi umilia, a chi sembra divertirsi nel rendere la vita difficile al prossimo. Ma poi mi chiedo come ascolto io, quanta fretta ho di giudicare, che tono uso quando qualcuno non capisce subito quello che sto cercando di dire.
Nessuno di noi si sente responsabile dell’inferno. Eppure qualche contributo, anche piccolo, riusciamo a darlo.
Il punto è che ci si abitua. A una risposta sprezzante, a una discussione in cui vince chi alza di più la voce, alla derisione spacciata per ironia. All’inizio certe cose ci disturbano; dopo un po’ passiamo oltre. «È così che va il mondo», diciamo. L’ho detto anch’io, e capisco quanto sollievo possa dare quella frase: per un momento non dobbiamo più aspettarci niente, né fare la fatica di capire se qualcosa potrebbe andare diversamente.
Ci sono anche giorni in cui prendere distanza è necessario. Non possiamo farci carico di tutto, e non credo che Calvino ci chieda questo. A volte spegnere il telefono e uscire a camminare è quanto riusciamo a fare. Il dubbio mi viene quando quella distanza comincia a seguirci ovunque, anche davanti a una persona che avrebbe soltanto bisogno di essere ascoltata per cinque minuti.
La seconda possibilità di cui parla Calvino mi interessa perché chiede di guardare con attenzione. In mezzo a quello che ci pesa, c’è ancora qualcuno con cui possiamo parlare senza difenderci. C’è una persona che ammette di aver sbagliato, anche se potrebbe cavarsela con una scusa. C’è chi fa bene il proprio lavoro e ci mette una cura che forse nessuno noterà. Non fanno abbastanza rumore da arrivare sempre fino a noi, soprattutto se siamo già convinti che siano tutti uguali.
Poi però viene la parte più impegnativa: «farlo durare e dargli spazio».
Un’amicizia, per esempio. Possiamo sentirci fortunati ad avere una certa persona nella nostra vita, ma se rimandiamo ogni telefonata e lasciamo sempre a lei il compito di cercarci, prima o poi qualcosa si consuma. Non necessariamente con un litigio. Magari arriva il giorno in cui vorremmo chiamarla e ci sembra che sia passato troppo tempo.
Lo stesso può succedere a un luogo a cui teniamo. Una piccola libreria, uno spazio dove si suona o si leggono poesie, un posto in cui qualcuno prova a far incontrare le persone. Ci piace sapere che esiste, pensiamo che prima o poi ci andremo. Nel frattempo, chi lo tiene aperto deve trovare ogni giorno un motivo e i mezzi per continuare.
È qui che quelle parole smettono di essere soltanto una bella citazione. Mi chiedono cosa faccio con ciò che riconosco come prezioso. Se gli dedico qualcosa oppure mi limito ad apprezzarlo da lontano, dando per scontato che resterà lì.
Non ho una risposta di cui andare particolarmente fiero. Ci sono persone che dovrei cercare più spesso e cose a cui tengo che finiscono regolarmente in fondo alla giornata, quando ormai sono stanco. Rileggere Calvino mi aiuta almeno a vederlo.
Oggi, mentre scrivevo, mi è venuta in mente una persona che non sento da un po’. Non è successo niente tra noi. Ho soltanto continuato a rimandare.
Credo che appena finisco queste righe la chiamerò. 😜

Chi scrive: Madhumaya, scrittore e viaggiatore dell’anima.
In questo spazio condivido pratiche semplici per coltivare: presenza, bellezza e trasformazione.

