L’altro giorno ero seduto ad aspettare, e senza nemmeno accorgermene ho tirato fuori il telefono. Non dovevo controllare niente. Nessun messaggio importante, nessuna mail urgente. Onestamente non ricordo neanche cosa avessi aperto. Avevo solo qualche minuto vuoto davanti e, come facciamo tutti ormai, l’ho riempito.
Me ne sono accorto solo dopo, quando ho rimesso il telefono in tasca e mi sono chiesto cosa avrei fatto, in quello stesso momento, vent’anni fa. Probabilmente niente. Avrei guardato la gente passare. Riletto per la terza volta un cartello sul muro. Pensato a cosa mangiare la sera. O magari avrei solo aspettato, punto.
Mi sarei annoiato.
Da un po’ non sentivo più questa parola. La dicono ancora i bambini, ogni tanto gli adolescenti. Noi adulti sembra che non ci annoiamo più, come se avessimo risolto il problema una volta per tutte. Arrivi in anticipo a un appuntamento, hai il telefono. Qualcuno tarda, hai il telefono. Sei sul treno, hai il telefono. Persino mentre aspetti il caffè, che di solito richiede giusto qualche secondo, riesci a dare un’occhiata allo schermo.
Non credo sia colpa del telefono, sarebbe troppo facile (e piuttosto ipocrita, visto che scrivo questo pezzo passando metà della giornata davanti a uno schermo). Il telefono resta uno strumento straordinario: parlo con qualcuno dall’altra parte del mondo, trovo una strada, leggo un libro, lavoro. Il problema, semmai, è che ormai lo prendiamo in mano anche quando non c’è niente da fare. È quel piccolo vuoto che è diventato insopportabile.
Mi ricordo le attese di quando ero ragazzo. Non erano belle, anzi. Erano noiose, appunto. Aspettavi qualcuno senza sapere dove fosse, e se era in ritardo, era in ritardo. Non potevi scrivergli “dove sei?” dopo quattro minuti e ricevere la foto del traffico come prova. Aspettavi. Guardavi l’orologio, poi la strada, poi di nuovo l’orologio.
Sui treni si guardava fuori dal finestrino molto di più. Nelle sale d’attesa prendevi in mano una rivista vecchia di sei mesi e all’improvviso ti sembrava affascinante sapere come arredare una casa che non avresti mai avuto. Alla fermata dell’autobus osservavi gli altri, ogni tanto ci parlavi anche, cosa che oggi farebbe storcere il naso a qualcuno.
Non voglio idealizzare quel mondo, ci si annoiava sul serio, e in certi momenti avremmo dato qualunque cosa per avere in tasca quello che abbiamo oggi. Ma mi chiedo se, eliminando quasi del tutto la noia, non abbiamo eliminato anche qualcos’altro che le stava vicino.
Perché quando non succede niente, dopo un po’ la mente comincia a fare cose strane. Torna a una conversazione di qualche giorno prima. Ricorda una persona che non vediamo da anni. Si accorge di un dettaglio che aveva davanti da mezz’ora senza notarlo. Si inventa storie, fa domande senza senso, e qualche volta trova pure una risposta.
Molte idee mi arrivano così. Non quando mi siedo e decido che è il momento di avere una buona idea (cosa che tra l’altro quasi non funziona mai), ma mentre cammino, guardo il mare, o non sto facendo proprio niente. Anche qualche poesia è nata in momenti in cui, tecnicamente, stavo perdendo tempo.
Forse è proprio questa espressione a dire qualcosa di noi. Perdere tempo.
Abbiamo imparato che il tempo deve servire a qualcosa. Va usato bene, possibilmente in modo produttivo: si impara qualcosa, si risponde a qualcuno, si ascolta un podcast mentre si cammina, magari controllando quanti passi si sono fatti nel frattempo. Persino il riposo è diventato un’attività da organizzare. Ci sono app che ci aiutano a dormire, app che ci ricordano di respirare, orologi che al mattino ci dicono se abbiamo riposato abbastanza. Certe volte mi chiedo se non finiremo per essere troppo occupati a misurare la vita per avere il tempo di viverla davvero.
Naturalmente continuo a prendere il telefono quando aspetto qualcosa. Non ho avuto nessuna illuminazione, e probabilmente domani mi ritroverò di nuovo a scorrere qualcosa che non mi interessa granché mentre aspetto una persona in ritardo. Però da qualche giorno provo almeno ad accorgermene.
Ogni tanto lascio il telefono dov’è.
All’inizio non succede niente, ed è proprio quello il punto. Dopo trenta secondi viene voglia di riprenderlo. Poi passa una macchina, qualcuno attraversa la strada, senti una conversazione al tavolo accanto. Ti accorgi del vento, di una nuvola, di uno che cammina in modo buffo. Oppure non succede davvero niente, e resti lì con i tuoi pensieri.
Non sono sempre pensieri interessanti, va detto. La noia non ci trasforma in filosofi. Certe volte produce solo la voglia di un altro caffè.
Ma comincio a pensare che quello spazio valga qualcosa proprio perché non serve a niente. È uno dei pochi momenti in cui non devi arrivare da nessuna parte, rispondere a nessuno, migliorare in niente. Puoi solo stare lì e vedere cosa succede.
Forse non serve imparare qualcosa di nuovo. Forse, ogni tanto, basterebbe provare a non fare niente.
Anche solo per vedere se ce lo ricordiamo ancora, come si fa.

Chi scrive: Madhumaya, scrittore e viaggiatore dell’anima.
In questo spazio condivido pratiche semplici per coltivare: presenza, bellezza e trasformazione.
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